Sfogliando il libro “Poeticamente Abitiamo” mi viene naturale scendere alle radici e ragionare sul rapporto tra la poesia, l’arte di produrre composizioni verbali in versi e la prosa, ovvero l’espressione per mezzo di parole non legate a schemi metrici. Sono dunque gli schemi metrici il mezzo attraverso il quale la poesia si esprime; modificandoli si ottengono accordi poetici diversi.
Definizioni tecniche a parte, questa differenza è plasticamente traslabile nel mio mondo: quello dell’architettura. Poesia e prosa in architettura rappresentano non solo due modi di esporre una composizione, ma anche di percepirla. Se la prosa architettonica è la fisicità, la poesia architettonica è la componente legata alla memoria. Ogni cosa ne è illuminata (parafrasando il titolo del libro di Jonathan
Safran Foer) nel senso che possiamo trovare poesia in qualsiasi elemento fisico noi percepiamo. Trovarla o meno dipende da noi, dalla nostra memoria, dal valore che attribuiamo, inconsciamente o meno, a quel determinato elemento fisico. Ognuno di noi è legato ai luoghi della propria vita: il ricordo della casa dell’infanzia, l’odore delle piante del luogo delle vacanze giovanili, l’ombra di una piazza, il rumore di
una strada. La bellezza delle emozioni che si provano guardando, ascoltando, annusando, sono un tesoro che l’architettura non riesce più a evocare.
L’architettura ha perso i sensi potremmo dire. Ha perso, cioè, la propria capacità di produrre oggetti a reazione poetica.
Il libro “Poeticamente Abitiamo” di Silvana Kuhtz e Silvia Parentini si muove esattamente nel verso di quello che il contemporaneo dovrebbe indagare, soprattutto a livello architettonico. La cultura odierna sta compiendo passi decisivi nella direzione della reintroduzione della natura nelle città, della riqualificazione dei borghi, della rigenerazione in senso esteso. Ebbene, ora credo che sia giunto il momento di introdurre il tema della poeticità nei luoghi che abitiamo.
Si tratta di temi già indagati da gruppi di azione urbana, ricordo il lavoro di Stalker di Luigi Careri nell’area romana, o di associazioni, tra le quali va senz’altro annoverata il Tower Art Museum di Matera, che hanno il merito di raccogliere quella sorta di “pensiero debole” che è in ognuno di noi e trasformarlo in qualcosa di visibile a tutti.
Veri e propri catalizzatori di emozioni, dei quali le nostre città hanno oggi bisogno.
Nel campo dell’architettura vero e proprio non è certamente possibile redigere un “regolamento poetico” alla stregua del regolamento edilizio; però sarebbe importante traslare l’esperimento di Silvana e Silvia in una rete di eventi attraverso i quali “tastare” la città nel novero di azioni immateriali per quello che recentemente il sindaco ha chiamato “piano umanistico”. Bari è una città piena di stratificazioni,
penso alla potenzialità di eventi simili sistematizzati in una rete di luoghi da sondare, nei quali tentare una lettura poetica dell’esistente e del preesistente.
La componente poetica è presente da sempre nell’architettura che, sin dalle origini, è nata sì per rispondere ad un bisogno (protezione) ma anche per creare comunità.
Questo senso di comunità crea legami, abitudini, consuetudini e, con il passare del tempo, memorie. Queste memorie, come se fossimo archeologi, credo vadano riportate alla luce come elementi di grande valore. Ecco perché questo libro è importante.
Le Corbusier era solito raccogliere sassi, pezzi di legno, conchiglie, oggetti di metallo, vetri, considerandoli “objets à réaction poétique” (oggetti a reazione poetica) capaci di innescare in lui il processo creativo. L’artista Alberto Burri interviene una città distrutta dal terremoto del Belice, Gibellina, ricostruendo gli isolati attraverso blocchi muti in cemento contenenti proprio le rovine della città, come una tomba, con lo scopo di restituire al visitatore una possente “morfologia del ricordo”. Alberto Savinio, fratello del più noto Giorgio de Chirico, scrive “Ascolto il tuo cuore, città”, un libro dove l’autore dialoga direttamente con i fantasmi dei luoghi, cioè poeticamente, con la memoria. Spostandomi nel campo dell’architettura potrei fare molti altri esempi, citando architetture moderne e contemporanee di Luigi Moretti, Aldo Rossi, Paolo Portoghesi ma mi fermo qui per non sconfinare.
Bertolt Brecht, proprio a rimarcare l’importanza della poesia nella vita propria, degli artisti, di tutti, scrive “Fra tutti gli oggetti” (Von allen Werken) raccontando la necessità di osservare la memoria racchiusa negli oggetti “banali” con queste parole:
Fra tutti gli oggetti i più cari
sono per me quelli usati.
Storti agli orli e ammaccati, i recipienti di rame,
i coltelli e forchette che hanno di legno i manici,
lucidi per tante mani: simili forme
mi paiono di tutte le più nobili. Come le lastre di pietra
intorno a case antiche, da tanti passi lise, levigate,
e fra cui crescono erbe, codesti
sono oggetti felici.
Penetrati nell’uso di molti,
spesso mutati, migliorano forma, si fanno
preziosi perché tante volte apprezzati.
Persino i frammenti delle sculture,
con quelle loro mani mozze, li amo. Anche quelle,
vissero per me. Lasciate cadere, ma pure portate;
travolte sì, ma perché non troppo in alto stavano.
Le costruzioni quasi in rovina
hanno l’aspetto di progetti
incompiuti, grandiosi; le loro belle misure
si posson già indovinare; non hanno bisogno
ancora della nostra comprensione. E poi
han già servito, sono persino superate.
Tutto questo mi fa felice.
Grazie.
Mario Ferrari, architetto
Bari, 28/04/2025
