Ho appena terminato la lettura del libro Il design sensuale. È pieno di prospettive seducenti, di indicazioni “tentatrici”, di coraggiose divergenze, di alternative ricche di fascino. Quattro parole – tra le molte che hanno catturato la mia attenzione – continuano a ronzarmi in testa: magnificenza, brutturia, camminare e metafora. Forse è inutile spiegare perché, anche “perché” spieghiamo troppo, credo. Sarò telegrafico, dunque, per non essere brutalmente e inurbanamente sintetico. Credo che abbiamo bisogno ora più che mai della magnificenza che ascolta e cura l’altro: una realtà fatta di narcisismi aggressivi e di meschinità violente è l’antitesi dell’umano, e senza magnificenza rischiamo di precipitare definitivamente in questa realtà infernale. La parola brutturia, come da te definita, mi ha immediatamente ricordato (e lo ha fatto già durante la fredda sera sulla terrazza di Putignano in cui ascoltai per la prima volta questo termine) la noncuranza: il prototipo della noncuranza per me è sempre stata Daisy Buchanan, la donna amata da Gatsby, nel romanzo di Scott Fitzgerald, una donna capace con la superficialità della sua disaffezione noncurante di provocare la tragedia interiore del protagonista. Per come la vedo io, siamo circondati da copie di Daisy, che hanno superato l’originale. Camminare, atto sovversivo, rivoluzionario, disertore, creativo: solvitur ambulando. Non c’è niente da aggiungere. Metafora: vedere le connessioni tra le cose, anche quando non sono esplicitamente evidenti. “Sei un orso!”… “Che tesoro che sei!” … “Sei un fiume in piena”… Siamo fatti per le metafore, siamo fatti di metafore, siamo predisposti a cogliere le connessioni, i legami tra le cose. Corrispondere autenticamente a questa nostra natura probabilmente ci aiuterebbe a far emergere ciò che ci accomuna e a lasciare sullo sfondo ciò che ci divide. Ma bisogna volerlo, no?