Una contaminazione vibrante e alchemica
Riflessioni su Il design sensuale di Silvana Kuhtz
Vivere poeticamente significa togliersi l’armatura, è la decisione coraggiosa di lasciarsi
scalfire dal mondo, di compenetrarsi nel mondo anziché scivolarvi sopra, indelebili e muti.
Questo concetto tutt’altro che indiscutibile trova la sua sintesi più recente e matura nel libro
“Il design sensuale. Abitare poeticamente qui” (pubblicato da Mimesis Edizioni) di Silvana
Kuhtz, raccoglie e restituisce anni di studi ed esperienze, riflessioni, poesie scelte di e
dall’autrice e pratiche laboratoriali organizzate con i suoi studenti. Idee e principi di estetica
che tornano inoltre con linguaggi diversi sonoro e visivo e in diversi format curati dall’autrice,
come i cicli di podcast “Abitare poeticamente la città” e “Abitare poeticamente il design”.
Il design sensuale, una forma di resistenza realizzata contro il dominio della tecnica:
nell’epoca che ci orienta e ci programma all’efficienza, al calcolo e allo sfruttamento delle
risorse, abitare poeticamente significa riscoprire una relazione di cura, rispetto e gratuità con
il mondo e con la vita.
Custodire anziché consumare: abitare poeticamente significa scrivere pensieri e tradurre
sensazioni, ma vuol dire soprattutto stare al mondo con la sensibilità del poeta: ascoltare il
silenzio, accogliere l’imprevisto, cercare il sacro nel quotidiano e riconoscersi fragili nella
vulnerabilità di ciò che siamo.
La prospettiva esistenziale e la condizione della moderna umanità assumono un ruolo
centrale nella riflessione Silvana Kuhtz, che non omette -tra le righe- un delicatissimo senso
del tragico, per certi versi già tracciato in un tempo lontano dallo stesso poeta Hölderlin.
Siamo esseri di mezzo, tesi tra fango, terra e azzurro; portiamo in noi la nostalgia del divino
e l’incertezza e il dolore della vita, ma anche il senso della meraviglia che può coglierci e
risvegliarci ad ogni passo. Laddove la salute oppure il merito e le certezze materiali si
incrinano e crollano, solo lo sguardo poetico ci permette di rimanere radicati sulla terra
senza perdere di vista l’apertura verso l’invisibile. E se cercare suggestioni poetiche nella
composizione di versi o nella loro semplice lettura, significa ascoltare animicamente tutte le
sue risonanze segrete, la lettura del libro di Silvana Kuhtz segna un percorso che
attraversa i diversi – e talvolta accidentati – territori dell’anima: la geografia esteriore e l’eco
dei sensi si combinano armonicamente nella ricerca e nella scrittura. Ogni passaggio porta
con sé gesti che si situano in un’atmosfera tangibile, luoghi e paesaggi illuminati dalla luce; il
senso della nebbia sul volto; la penombra di una stanza antica; la materia e la consistenza:
ruvide cortecce, liquidi leggeri come pioggia, fiocchi soffici come neve o freddi come marmo
e il suono e silenzio che eco produce in noi.
Nel libro di Silvana Kuhtz la spiegazione del senso dell’abitare poeticamente e del vivere
sensuale si costruisce su metafore e sinestesie che nascono dall’accostamento di mondi
lontani e di elementi distanti in cui i gesti umani divengono simboli. Il risultato è una profonda
risonanza interiore in cui parola e memoria incontrano e illuminano le emozioni; una contaminazione vibrante e alchemica, come già anticipato dall’avverbio poeticamente che
allude in sé ad una pratica di trasformazione: la metamorfosi dell’ordinario nel meraviglioso,
un ponte tra la realtà nuda e l’invisibile.
Non solo abitare con lentezza ma la lentezza, il cammino si re-impara e si dipana senza la
fretta di arrivare, lasciando che i passi registrino la consistenza della terra o del cobalto del
cielo, spostando lo sguardo di pochi millimetri per guardare oggetti di uso quotidiano
scorgendo architetture fatte di ricordi e cicatrici di ferite curate dal tempo.
I nuclei tematici fondamentali di pensiero estetico di Silvana Kuhtz si sviluppano attorno a
diversi concetti cardine, ma il punto di partenza senz’altro è interrogarsi su come e dove
abitiamo. Secondo l’autrice, la risposta risiede sempre in un avverbio: si può abitare un
luogo, una casa, una città o un territorio «al Nord o al Sud, comodamente o scomodamente,
poeticamente o umanamente». L’avverbio definisce una postura percettiva, etica e
comportamentale, un modo di stare in relazione con lo spazio che ci circonda.
Abitare non è un concetto astratto, chiama in causa la fisicità, la concretezza del corpo e
degli oggetti. Oggetti progettati e spazi in cui ci muoviamo, sono abitati dalle parti del corpo
che li usano; il design, in quest’ottica, non deve ridursi a mera estetica formale o a funzione
tecnica, ma deve farsi sensuale, cioè capace di attivare i sensi, includere e accogliere
possibili e improbabili sfumature emotive, relazione e cura.
La poesia si fa strumento di innovazione e rigenerazione, non semplice esercizio letterario
avulso dalla realtà, strumento multidisciplinare d’innovazione sociale e didattica.
Silvana Kuhtz regala poesia e la utilizza per allenare lo sguardo all’impressione della
bellezza nascosta, al piatire il ritmo del pensiero e coltivare un’attenzione profonda verso i
territori, le periferie e le comunità.
Silvana Kuhtz parte dalla filosofia e realizza un percorso dell’erudizione al bello, rendendo
omaggio anche a M.Heidegger dal quale recupera l’idea che poetare è misurare, la
dimensione della poesia è ciò che permette all’uomo di trovarsi nel proprio elemento. La
poesia è per chi legge e decide di svolgere gli esercizi suggeriti ne Le esperienze dei sensi e
ne Lo Strumentario la misura con cui è possibile ponderare la propria finitezza terrestre per
spiccare lo sguardo all’infinito del cielo e del divino; senza il poetico, l’uomo resta un
inquilino del mondo, un dominatore avaro, cieco e autolesionista.
Putignano 10 settembre 2026