Mentre guardo un film, che si tratti di una storia vera o meno, il mio pensiero viene annullato, divento uno spettatore passivo della vicenda.
Ecco, fin dai primi secondi della proiezione del film di Francesco Marano e Silvana Kuhtz, mi sono reso conto di esserci! Ero spettatore, ma attivo: il mio pensiero critico era vigile, costantemente richiamato all’attenzione.
In un primo momento mi sono sentito chiamato in causa… e nel silenzio, mi sono adoperato sul come poter essere d’aiuto… poi, subito, ho visto il mio aiuto rifiutato, mi sono sentito spaesato, mi sono sentito uno stupido… poi ho sorriso di me, di tutta la superficialità di quell’aiuto vago e improvvisato.
Al termine della proiezione ho riflettuto sul modo in cui la mia mente tende a reagire alle storie sconvolgenti: prova a mettere ordine, ne sente il bisogno, deve trovare un posto preciso alle cose, alle storie, per poi subito collocare me in un posto, altrettanto preciso, in relazione ad esse. La mia testa in stato di allerta tende ad anticipare il racconto, a prevedere il futuro e soprattutto a cercare delle definizioni. Forse questo è un modo, per il mio pensiero, di proteggermi, di tutelarmi: non importa quanto ignota o sconvolgente sia la storia alla quale sto assistendo… il mio pensiero si adopera subito, sistema tutto al suo posto o meglio al posto che ha deciso essere il suo.
Poi ho ripensato al momento in cui ho sorriso di me stesso, forse avevo intuito una cosa che ho realizzato in seguito: quell’ordine univoco, quell’interpretazione definitiva, nelle storie vive, vere… semplicemente non c’è. Non devo per forza capire le storie! Posso apprezzare anche quello che non ho chiaro, apprezzare il senso di vertigine che ti lascia una storia come quella racchiusa nelle parole di Silvana, raccontata come l’ha raccontata Francesco.