Gabrielle Coppola

Il docufilm ha un forte carattere polisemico, e non per forza bisogna rintracciare un messaggio o uno scopo comunicativo specifico, connesso alla disabilità. Avevo colto dalla mia prima visione che bisognava immergersi, non solo nel racconto di Silvana, ma nelle sue azioni e nei suoi ambienti, lasciando affiorare risonanze diverse, anche slegate dalla voce che va via. È un docufilm che si presta a interpretazioni molteplici e può diventare un contenitore delle risonanze di ognuno. Per questo ho ritenuto importante accompagnare la proiezione con un confronto a più voci. All’incontro hanno partecipato persone con competenze diverse, tra cui esperti di comunicazione e di cinema documentario, insieme al pubblico presente. Ne sono emerse riflessioni molto ricche: alcune più tecniche, ad esempio sul ruolo del suono e della voce nella narrazione cinematografica; altre più personali, legate alle emozioni, alle esperienze e ai significati che il film ha suscitato in ciascuno.
In conclusione, mi piace pensare che la molteplicità di letture generate dal docufilm rispecchi la stessa forza espressiva di Silvana: una presenza che resta potente, autentica e capace di comunicare anche quando la voce viene meno.

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