Il mondo può fare a meno di me
regia Francesco Marano | con Silvana Kuhtz
Matera Film Festival, fuori concorso
domenica 16 novembre 2025
Poche battute con vecchi amici, poi, mi sono allontanato dal Materafilmfestival con il passo fermo di chi non rinuncia ai suoi dubbi, perché da sempre in cerca di conferme. La proiezione al Cinema comunale — continuerò a chiamarlo così, per affetto e per memoria — non si è risolta in un film nel senso consueto. Era un documento vivo, un frammento di mondo che ti segue oltre la soglia, come un’eco che ti cammina accanto. Ho scritto senza perdere tempo per la ragione che avevo bisogno di “liberarmi”. La regia di Francesco Marano, assistente Marcella Signorile, ha trovato una intensa cornice in una vecchia villa di campagna. Ma ciò che resta, ciò che ancora mi abita, è lo sguardo di Silvana Kuhtz.
Silvana, amica di lunga data, docente dell’Università della Basilicata, si è consegnata alla telecamera senza arretrare. E in quel fissarti a viso aperto, privo d’indugi, ha rivelato qualcosa che già sapevo, ma che la vita quotidiana aveva lasciato in penombra. Uno sguardo così non chiede parole, le supera. Disegna, con una volontà silenziosa, la mappa intera della sua anima. In quegli occhi non ho sentito solo il dolore della sua battaglia. Ho colto la rabbia che dà fiato alla resistenza, la scintilla ostinata che respinge il male come si respinge il gelo, con un fuoco che non si lascia addomesticare.
E in questo inverno materano — un inverno che non riguarda soltanto noi, ma un clima più vasto, più incurvato — la sua vitalità mi è sembrata una torcia. Un ardore che non consente la resa alle torsioni del quotidiano, che illumina persino le zone in cui la disperazione vorrebbe farsi nido.
Penso che abbia vinto con questo film, che sia lì la sua vittoria, nel suo sguardo che non arretra. Uno sguardo che dice, senza voce e senza esitazione. Non c’è tempo per i pentimenti tardivi, è il gesto che salva, la parola detta in tempo, il diritto — e il dovere — di non tacere in un mondo fin troppo anestetizzato.
Ma c’è ancora altro che mi ha colpito e insieme coinvolto. Silvana ha parlato di sé per parlare di tutti: “dei molti di noi vulnerabili, storti, appesi a un filo”. Lo ha fatto al termine di “Il mondo può fare a meno di me”, il titolo del film, e lo ha ribadito con una voce sintetica, registrata al computer, per la ragione che quella vera le è preclusa.
Eppure, quella voce artificiale conteneva una verità non meno coinvolgente delle immagini. Era la prova che nessun trauma, per quanto violento, può spegnere davvero chi ha trascorso la vita a chiamare il mondo per nome, a scrutarlo, a interrogarlo, persino a sfidare la morte — presenza costante tra i vivi — con una volontà che riconosciamo nel talento e nel coraggio.
Silvana, davanti alla telecamera, ha messo a nudo una parte fragile e luminosa del suo universo. Lo ha fatto per sé, ma lo ha fatto anche per noi, per consegnarci ciò che in lei non si è incrinato. La forza, il desiderio, la feroce volontà di restare viva e non arrendersi. Ma certo che il mondo non può fare a meno di lei, come neanche di “noi”, pronome personale che spero diventi al più presto finalmente soggetto.
Grazie, Silvana.
Pasquale Doria
giornalista