Il mondo può fare a meno di me: non è solo un film: è un varco, una soglia/doglia.

Il mondo può fare a meno di me

regia Francesco Marano | con Silvana Kuhtz
Matera Film Festival, fuori concorso
domenica 16 novembre 2025

Il mondo può fare a meno di me” non è solo un film: è un varco, una soglia/doglia. È un richiamo all’ascolto di ciò che resta sotto pelle, l’inudibile. È uno di quei lavori che non cercano consenso: pretendono ed esigono profondità. E la profondità, oggi, pochi ricordano di allenare. Merita palchi diversi, palchi che sanno reggere lo sguardo e non distogliere, anche quando l’immagine e la vita non sono comode. La citazione di Ariès che hai scelto è rivelatrice: siamo immersi in una cultura che oscilla goffamente tra compassione di facciata e voyeurismo emotivo. Non riesce a trovare la misura giusta. Il tuo film quella misura la rompe, la scardina: costringe lo spettatore a prestare attenzione dove preferirebbe scivolare via, a guardare dove non vuole guardare, a sentire dove ormai non sente più.
Francesco, il punto è che oggi mancano gli strumenti interiori. Quella tecnologia dell’anima che un tempo era nelle mani dell’arte – bisturi, specchio, ponte, talvolta persino salvezza – è stata sostituita dal mercato, dall’efficienza emotiva, dal “non disturbare”. “Sei pesante, BrontoloFrancè”, ti dicono. (Mi dicono) Come se il peso fosse un difetto, e non talvolta il primo indizio di umanità. Il film è pesante, sì … perché fa ciò che, per me, Arte dovrebbe fare: entra, tocca, rimuove, scava, fa attrito, ti distrugge, ti ricrea. Ti mette le mani addosso, anche dove non te lo aspetti. Ti ricorda che sei vivo adesso, e che quella voce che dai per scontata non è solo un suono: è una responsabilità. E scopri che, magari, l’apparenza è sana, ma mancano gli strumenti per ascoltare davvero: gli occhi per riconoscere ciò che sta davanti, l’orecchio interno per accogliere, il tatto per sfiorare senza ferire, per comprendere senza invadere, per essere presenti senza rumore. Se “Il mondo può fare a meno di me” porta alla luce ciò che abitualmente viene respinto nei sotterranei del quotidiano, è anche per questo che alcuni palchi… e alcune persone, lo temono. Non perché il film sia “troppo”, ma perché chiede più verità, sincerità, onestà con sé stessi di quanta se ne tolleri normalmente in una sala con comode poltrone. Forse sarebbe utile chiedere ai direttori dei festival di raccontare pubblicamente i loro criteri. Non in polemica, ma come esercizio di trasparenza: trasformare il rifiuto in un’occasione di chiarezza. In fondo, la voce serve anche a questo: a dire, a fendere il velo, a portare fuori ciò che dentro preme. E quando la voce svanisce, allora sì che si vede chi sa davvero ascoltare.
Mentre guardavo l’opera, mi chiedevo com’è parlare, sussurrare, vedere, sentire, toccare, dire “ti amo” o un “vaffanculo”, immaginare da dentro. È impossibile immedesimarsi in Silvana. Quando ci ho provato, ero tentata dall’interrompere quell’immedesimazione. Era immenso ciò che mi ha inondato. Poi ho riscoperto qualcosa che conoscevo: tutto il dolore non urlato. Ma Silvana ha anche la ferita di chi ha sempre abitato il mondo attraverso la bellezza, la poesia, la voce, e improvvisamente deve abitarlo attraverso il silenzio.
Ti viene tolto quello che ritiriamo un diritto ” la parola” e devi startene pure muta. Una specie di esilio intimo: non si viene cacciati da un luogo, ma da una funzione essenziale dell’essere vivi. Silvana viveva di parola non solo come voce fisica, ma come gesto creativo, tessitura di legami. Per me, il film è stata una poesia-coltello che non cerca il lettore o lo spettatore: cerca il soffio divino nel corpo dell’anima, che finalmente viene onorato, celebrato, goduto diversamente dalla dispersione che spesso si fa nella voce del corpo. Perché la perdita della voce non è perdita dell’espressione: è un passaggio di stato. La parola cambia forma; il soffio può vivere nella carne diversamente. Ho sentito Silvana in me durante la proiezione… o meglio, ciò che lei rappresentava per me. Ho sentito molte delle sfumature possibili delle emozioni provate, e un processo quasi rituale, non scelto. La sua voce che si assottiglia, trema, scompare, apre uno spazio più grande: un ascolto che non avevo mai praticato interamente, così. Una nuova forma di verità. Silvana non stava solo perdendo la voce: incarnava la nostra incapacità collettiva di dire ciò che conta. Incarnava una strana oppressione che aleggia e di cui, anche se si ha voce, non si parla. Mostrava sulla propria pelle la parte di tutti noi che tace: quella incazzata neranera, quella cinica senza un certo tipo di poesia, quella sarcastica oscura, quella che per la prima volta scopre una infinità di cose, quella costretta a farsi nascere da sé, quella frustrata che non sa ancora bene come esprimere, senza voce, tutta la vita che vive dentro. Ho sentito il pungolo del bove. Mi ha fatto pensare alle identificazioni: mani, voce, pensiero, possesso. E quando la vita toglie – o quando crediamo che ci tolga – cosa resta? Chi sono senza ciò che credevo di essere? Chi sono ‘senza’? Sono stata attraversata da moltitudini: ho riconosciuto quella parte che ogni giorno inghiotte emozioni, rinvia conversazioni, non dice “no”, non dice “basta”, non dice “eccomi”. Lei lo vive al posto nostro, come certe figure quasi-sacrali che esprimono il rimosso di un’intera comunità. E cosa rappresenta per me? Tante cose… forse il ricordo urgente che l’essere voce non è un suono: è una posizione esistenziale.
PS.: Sai che amo la psicologia, e allora mi sono chiesta cosa direbbero gli psicologi dell’anima di questi rifiuti. Hillman direbbe: il rifiuto è un daimon travestito, chiude una porta per costringerti a vedere un’altra direzione. Jung lo leggerebbe come segnale dell’inconscio collettivo: la società non è pronta o non vuole ancora guardare quella parte di sé che il film rivela. Gli psicologi più terreni direbbero: il rifiuto è solo un confine, non definisce il valore,definisce il contesto. Ma tutti, forse in coro, direbbero: ogni rifiuto è una chiamata. O ti restringi, o ti espandi. È il passaggio da “non mi vogliono” a “dove devo andare davvero?”.
Il film racconta una donna a cui improvvisamente viene negata la voce. II festival, rifiutandolo, replicano lo stesso paradosso: la voce viene respinta. È doloroso, sì, ma nella logica profonda della psiche è quasi perfetto: un’opera sulla voce che scompare viene silenziata. Non è una sconfitta: è un simbolo.
Rifiuto e accettazione sono le due rive della stessa corrente. Il rifiuto all’inizio brucia, ma è un movimento attivo: ti spinge, ti costringe a non restare fermo. È una porta che non vuole essere attraversata. L’accettazione, invece, non è un rassegnato “va bene così”: è lucidità, visione, maturità. Il film descrive, in apparenza, di una donna, Silvana, che perde la voce. Ma ci si può davvero fermare a questa lettura superficiale? Forse ciò che vediamo è solo il punto di partenza di vita molto più profondo, un invito a riflettere su cosa significhi veramente non poter parlare, su cosa accade quando il soffio vitale che dà forma e identità alle nostre parole viene meno. La parola, cristianamente parlando, è incarnazione: se la voce viene meno, l’essere stesso della parola diventa un mistero da custodire, un tesoro interiore che chiede di essere riconosciuto nella sua pura essenza. Francesco mi è difficile renderlo con le parole. Sono stata catapultata in una intimità altra. Alta. (Grazie) Comunque…
Il rifiuto dei festival obbliga il film a trovarne un’altra di strada! È lo stesso processo. Non è un destino: è un passaggio. E allora mi chiedo: quando la voce non c’è, quale forma prende la parola? Un film rifiutato dai festival perde la voce o semplicemente cambia strada (o forse le crea)? I festival sono il fine o il mezzo? Se sono il mezzo, allora significa che l’opera dovrà passare altrove, su altri ponti. L’essere umano è un ponte e l’umanità vera è anche ben altra cosa dal pubblico dei festival. Nel film, quando la voce svanisce, si trasforma: diventa sguardo, gesto, vibrazione sottile. Diventa presenza, consapevolezza più radicata. Diventa memoria che continua a parlare anche se la bocca tace. La parola senza voce è più radicale: non si appoggia al suono, ma alla Verità che sei, ed emani. Scusami se, appena finita la proiezione, ti ho detto “bellissimo”. Lo so che in parte te ne fotti, e fai bene: perché non è questo il punto.
È una fortuna che il film non sia solo “piaciuto”, ma abbia lavorato. Abbia trasformato.
E sì: non è un destino, è un passaggio. Un film così forse trova la sua strada fuori dai corridoi istituzionali, dove gli spettatori non cercano “intrattenimento invisibile”, ma ciò che li attraversi davvero.

Cristina M. L. Casalnuovo

Il mondo può fare a meno di me

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