Nella mia vita ho avuto diverse fortune. Una di queste è, indubbiamente, aver conosciuto Silvana. Ed è singolare che il ponte che mi ha interconnesso a lei costituisca un’altra fortuna della mia vita. Di questo ponte sono allievo di seconda generazione, nonché irriducibile seguace. Sto parlando del pluripremio Nobel Linus Pauling, tra i maggiori scienziati di sempre.
Ed è ancora più singolare che uno dei principali meriti di quest’uomo straordinario sia stato affrontare il concetto di fragilità da una prospettiva originale, rivoluzionandolo. Pensate che fu il primo, sto parlando del lontano 1949, a dimostrare che le malattie possono derivare da fragilità genetiche. Scoprì infatti che una particolare forma di anemia, l’anemia falciforme, è l’espressione di una piccola ma decisiva fragilità genetica: una mutazione minuscola, ma capace di determinare l’intero destino biologico di una persona. Da lì, Pauling estese il ragionamento all’organismo nel suo insieme, introducendo il concetto di fragilità molecolare: quando i nutrienti essenziali non sono presenti nelle forme o nelle concentrazioni corrette, le cellule perdono stabilità e l’organismo, lentamente, diventa fragile.
L’esempio cardine è quello della vitamina C.
Quando non è presente in quantità adeguate, il nostro organismo va incontro a una vera e propria cascata di fragilità: dalla debolezza del sistema immunitario fino a quella dei tessuti e dei vasi sanguigni, che possono indebolirsi al punto da rompersi, con conseguenze devastanti.
Ed è infinitamente ancor più singolare che sia stata proprio questa piccola grande molecola ad accompagnarmi nell’affrontare – e dominare, pur tra mille frastagliate difficoltà – la fragilità più romantica della mia vita: quella di mio padre Raffaele. Sapete, Raffaele e Silvana condividono una dote rara. Mi hanno insegnato che, al loro cospetto, chi è davvero fragile sono io. Che la fragilità, a volte, non è un difetto da correggere, ma una condizione intrinseca dell’essere umano, forse persino necessaria. Uno dei più grandi poeti del Novecento, Rainer Maria Rilke, scriveva che la nostra missione è lasciare che ciò che è fragile in noi diventi vasto. Ed è forse vero che un’altra grande poetessa, Silvana, e tutti coloro che vivono nella fragilità, non ci chiedono di essere forti. Ci chiedono solo di essere veri.