Le cose accadono

Quorum Edizioni
€ 12

Letizia Cobaltini.
A volte mi chiedo come sarebbe il mondo senza la poesia e non so immaginarmelo. Per questo navigando in questa vita frenetica trovo sempre un frammento di tempo per scrivere. Gradevolmente questo esercizio si mescola a tutte le altre attività lavorative e di relazione con discrezione e pure con tenacità. Ho scelto apposta un nome per avere una identità poetica senza altri legami. Mi piacciono gli amici e la vita e porto nel cuore la mia famiglia. Ho fiducia che il mondo si salvi. Spendo tutti i miei sorrisi, non riesco a mettere da parte niente, nemmeno il rancore.

La poesia è quando i tuoi occhi incontrano la bellezza, il risultato di una felice mescolanza di animi sensibili e creativi, non a caso femminili, una narrazione poetica e figurativa assolutamente personale eppure universale.
Le sculture diventano storie, le storie si adagiano sui versi, e le parole “piene” comunicano. Le sculture hanno un nome: la libraia, il viandante, la donna estesa, gli amanti, l’ospitale. Dare un nome alle cose è già un inizio, poi le cose accadono…


LETIZIA COBALTINI E L’ACCADERE DELLE COSE. Intenso ed efficace il dialogo poesia-scultura nella raccolta di Letizia Cobaltini, Le cose accadono, in cui forza del verso ed espressività della scultura conoscono una felice simbiosi, vivida soprattutto nei testi che, prendendo le mosse dall’arte di Maria Pierno, aprono ogni nuova sezione dell’opera. È in questi testi che con maggior forza emerge un talento incline alla visione, che conosce un felice alter ego nell’icona della “donna estesa”. Estesa a esprimere il desiderio vivificante di espansione dell’anima dell’io lirico, ma estesa anche ad accogliere, in un “eterno abbraccio amoroso” il mondo nelle sue infinite sfumature. C’è un senso cosmico di spazialità nei versi della Cobaltini, che – non casualmente – hanno un elemento dominante: la luce. Quest’ultima è protagonista di buona parte della raccolta, a esprimere uno stupore amante dinanzi a tutto ciò che la Vita ci dona (le “morbide albe” della Cobaltini ne sono un esempio). Stupore che non esclude la fatica del vivere, la quale a tratti emerge, ma non è tale da ancorare al disincanto e al disarmo del cuore la tensione all’espansione tipica dello spirito.
Accanto alla luce, ulteriore protagonista delle Cose accadono è la parola, alla quale l’autrice intesse un vero e proprio cantico d’amore. Non ci riferiamo al linguaggio equivoco della comunicazione quotidiana, stanca ripetizione delle “cantilene / delle cose già dette”. È la parola del poeta che Cobaltini esalta, quella capace di “sentire la notte / che annuncia la luce”, di indurre a “trovare la riva” nel tempo dello smarrimento, di “trattenere il tempo”, facendo sì che lo spirito possa galleggiare “nelle acque dei colori”, nella sospensione di tutto ciò è buio o grigio. Le parole possono insomma superare il logorio del tempo, farsi vettori della contemplazione della beltà del creato, vibrante, per esempio, in un’estate sbarazzina. La metafora è sguardo che nobilita il mondo e proprio nella creazione di metafore Cobaltini evidenzia una certa indefinibile grazia, come quando accosta la comunicazione logora e abusata a un “soffio d’aria / senza ritorno” e ancora a “Un attico sul nulla / disfatto / da farfalle loquaci”. Pensiamo, poi, alle Madri “alberi da frutto” e, subito dopo, “cespugli odorosi” e all’incanto di Le ragazze, versi forieri di un senso di sospensione “nel biancore del borgo”, quando aleggia il penniano “dolce rumore della vita”. L’arte, quindi, riesce a vincere il dominio della chiacchiera inautentica e a divenire, heideggerianamente, “accadere della verità”.
È ciò che avviene nella poesia finale della sezione dei versi ‘dedicati’, sezione che più di tutte evoca la caducità dell’esistere, nei sobri testi ispirati alle tragedie di Andria, Amatrice e alle prigioni libiche, e sottolinea al contempo la bellezza che ci circonda (penso a Il giglio rosso o alla Luna di marna). Nella lirica che chiude la raccolta e si configura come implicito omaggio alla Woolf, Gita al faro, l’io lirico siede e si pone in ascolto delle “nuvole in transito”. Proprio questa ci sembra l’attitudine e la cifra di Letizia Cobaltini: sedere e ‘mirare’, dentro e fuori di sé, per poi spiccare il volo e trasformare il “giogo” in ala, attraverso il dono di un verso aereo ed espressivo.

Gianni Antonio Palumbo


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