Bari
Walter Raffaele Mustich
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Statement
La questione dei senzatetto, a Bari come in ogni grande città d’Italia e in Europa, rappresenta una priorità cruciale. Le cause che la determinano sono molteplici e non riconducibili ad un unico evento traumatico. La perdita del lavoro o dell’alloggio, problemi di dipendenza da alcol e droga, di ex detenzione ma anche divorzio, lutto, migrazione forzata, disturbi psichici, sono solo alcuni dei motivi che possono spingere una persona alla vita in strada. Va sottolineato che l’accesso ad un lavoro e ad un alloggio dignitosi sono due diritti umani fondamentali, ma le conseguenze della recessione economica, aggravata dalle guerre e dall’aumento del costo delle materie prime, si sono riflesse nell’impoverimento di vari strati della popolazione che hanno perso il posto di lavoro con una conseguente difficoltà nell’ottenere o nel mantenere un alloggio.
Non so con esattezza quanti siano i senzatetto a Bari, ma credo il loro numero sia costantemente in crescita. Lo deduco percorrendo a piedi le strade della mia città, anche nelle zone più centrali, osservando sempre più minori, migranti, donne e famiglie per strada. Ad esempio, pur essendo molto trafficata, vista la vicinanza con la stazione centrale e le fermate dei bus, le zone limitrofe di Piazza Moro, Piazza Umberto, Piazza Cesare Battisti, Corso Italia e quella dei portici di via Capruzzi sono luoghi molto frequentati da senzatetto, che sfruttano ogni piccolo spazio, ogni rientranza per trovare riparo nel corso della notte. Sono in massima parte immigrati, ma con loro anche diversi emarginati italiani.
Una mattina del mese di novembre, proprio percorrendo via Capruzzi per recarmi al Politecnico, ho notato volanti della Polizia e ambulanze dei soccorritori del 118 intervenute perché c’era un uomo di colore riverso sull’asfalto, immobile. Le forze dell’ordine hanno allontanato i curiosi e anch’io, visti gli impegni universitari, ho ripreso la strada verso la mia destinazione, sia pure con tristezza e pena. Al ritorno a casa, nel pomeriggio, la notizia che il clochard era stato trovato già morto “per cause naturali”.
Lungo le strade della città ci sono i giacigli lasciati per strada nell’arco della giornata dai clochard: sono fatti di cartoni e qualche coperta, spesso circondati da rifiuti, bottiglie, lattine vuote e resti di cibo offerto da alcuni residenti che li invitano anche a rivolgersi alle strutture comunali di pronta accoglienza, alle associazioni di volontariato e alla Caritas, ma spesso essi rifiutano qualsiasi sistemazione. Anche l’intervento degli assistenti sociali non li fa desistere dal vivere in strada, e sinceramente non ne comprendo il perché, soprattutto considerando le rigide temperature di questi giorni e l’ordinanza del sindaco che proprio per questo ha ampliato il numero di posti letto nelle strutture comunali per contrastare il fenomeno.
Mi rendo conto di quanto sia difficile affrontare queste situazioni e quanto lo stesso comune abbia limitazioni negli interventi possibili, anche in considerazione del fatto che molti senzatetto sono “invisibili”, cioè privi di documenti di riconoscimento e difficili da intercettare. Inoltre, le persone senza fissa dimora sono spesso oggetto di violenza e di reati generati dall’intolleranza, diventando violenti a loro volta con gesti incivili o, peggio ancora, reati. Quotidianamente commercianti e residenti lamentano con sconforto il degrado, la sporcizia e gli escrementi lasciati sui marciapiedi davanti ai negozi o accanto ai portoni. È il caso di via Suppa, dove in una piccola rientranza del muro che delimita la sede del Dipartimento di Scienze della Formazione, Psicologia e Comunicazione dell’Università di Bari trovano da anni riparo alcuni senzatetto.
Oltre ai bisogni che riguardano le necessità primarie, sicuramente va considerato anche l’aspetto relazionale, emotivo ed affettivo di chi vive questo stato di marginalità. Ho assistito personalmente a senzatetto che parlavano da soli, spesso urlando (spaventando le persone) e ad atti di autolesionismo. La mancanza di relazioni affettive, di progetti e di punti di riferimento rendono evidentemente più complessa la situazione di chi è senza dimora, in condizioni di povertà, di esclusione e di isolamento sociale.
Ho letto che, secondo indagini ISTAT condotte nel 2014 sulle persone senza dimora, svolte in collaborazione con Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora(fio.PSD), Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e Caritas Italiana, sono oltre 55mila le persone che vivono per strada, di cui 50.724 hanno utilizzato almeno un servizio di mensa o accoglienza notturna. Nel 2011 la rilevazione ISTAT aveva censito 47. 648 senzatetto. In realtà una conoscenza più accurata, realistica e puntuale di questo universo richiede tempi e modalità complessi, per cui aggiornare i dati è un’impresa difficile, essendo un fenomeno molto dinamico che risente di vari fattori economico- sociali. Interessante è stata la rilevazione del censimento permanente della popolazione e delle abitazioni del 2021 dell’ISTAT, che ha identificato per la prima volta le persone che vivono in convivenze anagrafiche e le persone che vivono nei campi attrezzati e negli insediamenti più o meno tollerati (a Bari c’è uno storico campo rom a Japigia). Sono stati rilevati di più di 500.000 casi, mentre i senzatetto e senza fissa dimora sono 96.197.
Per risolvere questa situazione sono necessarie delle misure non solo a livello locale, ma anche nazionale ed europeo. Sicuramente occorre incrementare i centri e le strutture di emergenza, soprattutto i servizi di accoglienza notturna, vista la situazione in costante crescita del fenomeno. Sarebbe utile una presenza più intensificata di personale di assistenza sociale nelle strade, per poter comprendere appieno i problemi (anche sanitari), dei singoli individui in condizioni di difficoltà e valutare in quale misura intervenire. Questo favorirebbe anche l’inserimento e l’integrazione delle persone senza fissa dimora nel mercato del lavoro con programmi di formazione mirati per restituire loro dignità e migliore speranza di vita. Grazie al lavoro, infatti, le persone senza dimora e in grave marginalità potrebbero avere uno spazio abitativo adeguato, la possibilità di relazionarsi e di sottrarsi alla possibilità di essere reclutati dalla malavita organizzata che li usa spesso come spacciatori o in altre e più gravi azioni delittuose.
Haiku
Luci lontane,
solitario riflesso,
la notte aspetta. (prima foto)
Coperta stanca,
un sogno sotto stelle,
silenzio cade. (seconda foto)
Video
Vita in strada
L’autore di questi materiali narrativi ha partecipato al workshop Stàmina-Digilab, le4passioni, che ha messo insieme seminari di allineamento su brutto/bello/dolente; esercizi sensoriali; attività che promuovono la creatività con scrittura, videomaking, fotografia. Un percorso guidato di generazione creativa, convogliata verso l’elaborazione di questi output di narrazione di un luogo specifico.




