Poesia in Azione

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Pensieri in Azione

cosa mi interessa ...di Oriah Mountain Dramer, anziano di una tribù pellerossa

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L'INVITO (che cosa mi interessa di te)

Non mi interessa che cosa fai per guadagnarti da vivere,
voglio sapere che cosa ti fa soffrire e se osi sognare di incontrare il desiderio nel tuo cuore.

Non mi interessa quanti anni hai,
voglio sapere se rischierai di sembrare ridicolo per amore,
per i tuoi sogni, per l'avventura di essere vivo.

Non mi interessa quali pianeti sono in quadratura con la tua luna,
voglio sapere se hai toccato il centro del tuo dispiacere,
se sei stato aperto dai tradimenti della vita o ti sei inaridito e chiuso per la paura di soffrire ancora.

Voglio sapere se puoi sopportare il dolore, mio o tuo,
senza muoverti per nasconderlo, sfumarlo o risolverlo.

Voglio sapere se puoi vivere con la gioia, mia o tua;
se puoi danzare con la natura e lasciare che l'estasi ti pervada
dalla testa ai piedi senza chiedere di essere attenti,
di essere realistici o di ricordare i limiti dell'essere umani.

Non mi interessa se la storia che racconti è vera,
voglio sapere se riusciresti a deludere qualcuno per mantenere fede a te stesso;
se riesci a sopportare l'accusa di tradimento senza tradire la tua anima.

Voglio sapere se puoi essere fedele e quindi degno di fiducia.

Voglio sapere se riesci a vedere la bellezza anche quando non è sempre bella;
e se puoi ricavare vita dalla Sua presenza.

Voglio sapere se riesci a vivere con il fallimento, mio e tuo,
e comunque rimanere in riva a un lago e gridare alla luna piena d'argento: "Sì!"

Non mi interessa sapere dove vivi o quanti soldi hai,
voglio sapere se riesci ad alzarti dopo una notte di dolore e di disperazione,
sfinito e profondamente ferito e fare ugualmente quello che devi per i tuoi figli.

Non mi interessa chi sei e come sei arrivato qui,
voglio sapere se rimani al centro del fuoco con me senza ritirarti.

Non mi interessa dove o che cosa o con chi hai studiato,
voglio sapere chi ti sostiene all'interno, quando tutto il resto ti abbandona.

Voglio sapere se riesci a stare da solo con te stesso e se
apprezzi veramente la compagnia che ti sai tenere nei momenti di vuoto.

Oriah Mountain Dramer, anziano di una tribù pellerossa

 

Tempo di uccidere, Ennio Flaiano commento-lettura di Mario DeMarco

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Il romanzo

Tempo di uccidere, Ennio Flaiano.

Pubblicato nel 1947, vincitore in quello stesso anno del primo Premio Strega, è ambientato in Africa, durante la campagna di Etiopia.

Il protagonista, al quale non è dato alcun nome, elemento in più volto ad indicare l'universalità del personaggio, è un ufficiale dell'esercito italiano che vaga e quasi si smarrisce negli spazi enormi del più antico continente. Alterne vicende cominciate con un delitto da lui provocato senza volerlo, la morte di una donna del luogo con la quale aveva avuto una relazione, lo segnano profondamente. Lo inducono a commettere altri delitti e a decidere di fuggire dallesercito, fin quasi a desiderare di sprofondare nella sua condizione di persona smarrita in terra straniera, così rischiando di perdere la via di casa, dell'Italia, alla fine invece quasi insperatamente riguadagnata. L'uomo che riesce a ritornare all'accampamento, e quindi tra i suoi simili, è convinto di andare incontro ad una punizione ed invece è destinato ad attendere insieme agli altri la nave che lo riporta in patria a ritrovare la sua vita, le sue origini, il suo amore. Egli tuttavia è adesso un uomo molto diverso. È passato attraverso il delitto. Certo, può provare ad attenuare le conseguenze della sua condotta con buoni argomenti: in un primo momento non le aveva volute, si sarebbero verificate lo stesso anche senza il suo intervento, altre volte non si sono poi verificate, anche se non certo per merito suo. L’intenzione c’era stata, infatti. Rimane perduta per sempre l'illusione della propria innocenza. Astraendo un po’ si può pensare alle tappe di un'esperienza di crescita dolorosa, così come può accadere a chi, pur senza arrivare al delitto, attraversi una fase della vita in cui si sente smarrito, in colpa, in cui l'orientamento sembra venire meno, ed in cui si senta sottoposto a vere e proprie prove di sopravvivenza, faccia del male e si faccia del male, alla fine costretto a fare i conti con i propri errori, reali o solo ritenuti tali. Prima di ritrovare finalmente la propria strada.

Oppure, spostando il punto di vista su un piano di lettura non più individuale, ma collettivo, si può pensare ad un paese intero che ha attraversato un'esperienza lunga e distruttiva, estendendola ad altri paesi. Un Paese ridotto in ginocchio che, alla fine, ritrova con grande fatica la strada per rialzarsi. Come l'Italia del 1947. E forse, più in piccolo, come l'Italia del 2011.

Commento lettura di Mario Demarco

 

Giusto di Andrea Bitonto

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sapete cosa può essere la noia

forse una punizione:

il mondo è bellissimo

chi offende il mondo

deve annoiarsi in questa vita

per tutta la vita

il fuoco che vortica nelle viscere del mondo

non è per chi non ha fuoco nelle vene

se avete dentro di voi una droga di crediti e decreti e programmi televisivi

non è colpa del pianeta

e non è neanche colpa mia

coi paralleli

e i meridiani

avete squartato

le terre

le piante

le pietre

le meravigliose immense cascate

voi le avete squartate

per una fretta sottopagata

che non vi ripagherà mai

voi dovete annoiarvi

è giusto così

non meritate niente

di questo paradiso

il mondo che è bellissimo

il mondo che è sempre esistito

con le erbe molli tra le rocce dure

ancora vi aspetta

per essere visto

per essere toccato

ma voi gli occhi avete usurato

in inutili ricerche

le mani ce l'avete

per rubarvi a vicenda

in minuscole tasche

e sia

annoiatevi a morte

a morte

a morte

e soprattutto

non mi fate agitare:

il fiore di diamante

rimane puro intatto

senza i vostri balordi consensi

 

Parola e Ascolto di Silvana Kuhtz

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Jacques-Alain Miller descrive la Parola così:

Il cuore della funzione della Parola è dato da ciò che oggi definiamo la volontà di dire. La parola implica sempre una strategia che chiama in causa l'Altro con la maiuscola.

E, prosegue Franco Lolli: è all'Altro che si indirizza, ed è, anzi, dall'Altro, attravero l'Altro, che acquista un senso. (...) La poesia è, allora, una pratica di senso. D'altra parte il fatto che il poeta scriva quel che scrive, non vuol dire che sappia quel che dice. Il poeta infatti, non solo non è padrone delle significazioni che egli suscita con la sua poesia, ma spesso ignora addirittura a quali nuove dimensioni di creatività la sua poesia apre la porta.

Come a dire, aggiungo io, che tutto dipende da chi ascolta e non da chi dice... Silvana

 

La Poesia è...di Lello Voce

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A mio modesto avviso… (appunti di poetica ragionevolmente sentimentali) di Lello Voce

Pubblico una parte di questa riflessione di Lello Voce, con il permesso dell'autore, per chi vuole leggere l'intero articolo, è su:

http://www.lellovoce.it/spip.php?article579

La poesia è un’arte che abita il tempo. E che ne è abitata. Quale che sia la sua storia, più o meno dal XV secolo in avanti, i millenni precedenti l’hanno formata come arte dell’oralità e l’oralità abita il tempo (e fa risuonare lo spazio). La poesia è, innanzi tutto, la sua durata, il suo realizzarsi, eseguirsi, performarsi nel tempo, attraverso le vibrazioni della voce del poeta, o di chi, in vece sua, la ‘recita’: troviere, trovatore, o giullare che sia. Essa percorre il tempo, scorre dentro di esso (...).

La poesia è un’arte che abita il suono. E che ne è abitata. La poesia è fatta di una materia precisa, quell’insieme di vibrazioni fisiche ed emissioni sonore che chiamiamo voce. La poesia si propaga. La poesia ha un corpo, corpo mutevole, che rimbalza e si infiltra, che penetra, fa eco, indica, si atteggia nello spazio, lo percorre, la poesia ha dita fatte di vocali e consonanti per battere e carezzare, per stringere e per allontanare, per catturare e per liberare, per coprire e per svelare.

La poesia è un’arte che abita la voce, ne cavalca le onde (sonore), sta sulla loro cresta, sfrutta la loro energia, la loro ‘dinamica’, per trasformarla in una direzione, in un senso, in quello che la critica usa definire un ‘significato’. La voce della poesia è esattamente la voce del poeta, mai il contrario… Parlare di poesia muta, scorporata, puramente mentalistica è, dunque, fare un ossimoro. è ignorare la natura stessa della ‘funzione poetica’ (Jackobson) …(...)

La lettura poetica ad alta voce, perciò, non è mai un’interpretazione attoriale, ma piuttosto un’esecuzione, anzi una messa in atto, è una performance. Ma lo è da millenni. Da sempre. (…)

La poesia è sempre politica, anche quando è puramente introspettiva, perché nessuna polis potrà vivere a lungo se essa non sarà formata da uomini che sappiano guardare dentro se stessi, tanto quanto sono capaci di leggere le contraddizioni in ciò che li circonda. Ed essa lo è a maggior ragione quando si realizza in pubblico, quando, cioè, essa ritrova il circolo di una comunità, quando si situa tra la gente, quando il poeta, infine, restituisce al mondo ciò che al mondo ha rubato, per dargli un nuovo nome.

 

I Giusti JL Borges

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Sono i giusti sconosciuti quelli di cui parla Borges in questa bellissima poesia-manifesto, siamo noi...(?)

people I giusti, di JL Borges

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sur giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Queste persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

Un hombre que cultiva su jardin, como queria Voltaire.
El que agradece que en la tierra haya musica.
El que descubre con placer una etimologia.
Dos empleados que en un cafè del Sur juegan un silencioso ajedrez.
El ceramista que premedita un color y una forma.
El tipografo que compone bien esta pagina, que tal vez no le agrada.
Una mujer y un hombre que leen los tercetos finales de cierto canto.
El que acaricia a un animal dormido.
El que justifica o quiere justificar un mal que le han hecho.
El que agradece que en la tierra haya Stevenson.
El que prefiere que los otros tengan razon.
Esas personas, que se ignoran, estan salvando el mundo.

 

Poiesis? Poetare? di Lorenzo Gallinari

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Poesia in greco antico è Poiesis. Il poeta è il poietes. Il poeta è colui che crea, (poieo è fare, creare). Cosa crea il poeta, o meglio, qual è il fare del poeta, il suo creare? Sempre in greco (ancora?? Eh si...) lo studioso è il mathetes, il suo fare (la sua attivitá) è il manthano. Il pittore è il grafeys e si diletta nel grapho o zografeo. E il poeta? Anche in italiano è raro usare l’espressione poetare. Si dice piú spesso che il poeta è colui che scrive (grapho??) poesie. Meglio sarebbe dire che compone odi, versi, carmi, sonetti etc etc. E qui il discorso magari si fa piú interessante. Perché ? Dunque: avendo voglia, dopo abbondante dose di caffè, di passeggiare tra i lemmi di un vocabolario (chiaramente italiano-greco antico..eh senno’ troppo facile) partendo dalla parola Poesia dopo vari rinvii e rimandi si può inciampare su Melopoieo. Albero da frutta della Valtellina? No, melopoieo è il comporre musica. Creare, fare, comporre. Questo è l’ambito del poeta. Creare, mettere al mondo, chiamare nel mondo. Questa è l’essenza della poesia. Nessuna cosa sia dove la parola manca. Questi gli ultimi versi di Stefan George nella sua “La Parola”. Heidegger commenta che “solo lá dove per una cosa è stata trovata la parola, la cosa è una cosa... È la parola che procura l’essere alla cosa” (In cammino verso il Linguaggio, Ed. Mursia). Ma c’è parola e parola. C’è parlare e c’è comporre versi. Ci sono parole che aprono un mondo e parole che ci allontanano dall’essenza delle cose, dall’autenticità del mondo. Parola, autenticitá, essenza, poesia... chissá... Per ora forse, è tempo di chiudere il vocabolario con tutti i suoi segni e ricordarsi di come nell’Ellade e nella Provenza dei Trobadores medievali i versi si cantavano in musica.

Lorenzo Gallinari

 

tradimento di un amico Dylan Thomas

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Dylan Thomas - to others than you (traduzione di Ariodante Marianni)

Amico da nemico io ti sfido.
Tu con monete false nelle borse degli occhi,
tu amico mio dall'aria accattivante
che per vera mi rifilasti la menzogna
mentre spiavi bronzeo i miei più gelosi pensieri,
che mi allettasti con luccicanti pezzi d'occhio
finché il dente goloso del mio affetto trovò il duro
e scricchiolò e io inciampai e succhiai,
tu che ora evoco a stare come un ladro
nella memoria, moltiplicato da specchi,
in sorridente inobliabile atto,
man lesta nel guanto di velluto

e un martello contro il mio cuore,

eri una volta una tale creatura, un così allegro,
schietto, spassionato compagno,
che non avrei mai detto né creduto
mentre una verità spostavi nell'aria,
che per quanto li amassi per i loro difetti come per i loro pregi,
i miei amici non erano che nemici sui trampoli
con la testa fra nuvole d'astuzia.

(foto di Luciano Quaglia)

 

A spasso tra sine-stesie di Fulvio Fontana

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Sinestesia è figura stilistica per cui vengono associate due parole appartenenti a differenti sfere sensoriali ( profumo dolce, parole aspri, gusto vellutato, udito finissimo); nel mio personale vocabolario, e forse in sostituzione del termine più appropriato che potrebbe essere sincretismo sensoriale, sinestesia ha sempre voluto significare la polimorfìa dei sensi, l'incontro/scontro tra diverse accezioni sensoriali, il corto circuito delle emozioni; e forse l'olfatto, più d'altri, m'ha  istigato e m'istiga ancora a mescolare, sciroppare, ad ingenerare tracce mnestiche le più strane ed inaspettate, a far affiorare sapori plurimi, con logiche proprie, sfuggenti, aberranti, caduche, aporìe districate e melassate. statevi bene. al prossimo cenno comunicherò lo spacciatore.

SANTA SIA SINESTESIA

amen

Fulvio Fontana

 

Iniziare di Silvana Kuhtz

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Può essere complicato iniziare. Anche iniziare a scrivere su questo blog, inaugurarlo. Ecco sì, perchè di inaugurazione si tratta e come tutte le inaugurazioni è una festa e anche un'emozione. Mi viene da pensare allora a quel bellissimo brano di Goethe, che peraltro ben si sposa con il fatto che quest'anno 2009 l'ho dedicato A CHI OSA:

"Finché non ci si impegna, allora regnano l'esitazione, la possibilità di tirarsi indietro, e sempre l'inefficacia. A proposito di ogni gesto di iniziativa, c'è una verità elementare, ignorare la quale vuol dire uccidere un'infinità di idee e splendidi progetti: nel momento in cui ci si impegna definitivamente, allora anche la Provvidenza inizia a muoversi. Cominciano a succedere cose che altrimenti non sarebbero mai accadute. Un intero flusso di eventi scaturisce dalla decisione, portando a favore di chi si impegna ogni sorta di accadimento imprevisto, ogni incontro, ogni assistenza materiale, come nessuno avrebbe mai potuto immaginare. Qualsiasi cosa puoi fare o sogni di poter fare, comincia a farlo. Nell'ardimento ci sono genio, potere e magia. Comincia. Ora." [Goethe]

Che sia un buon inizio.

Silvana

 

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